La terapia di gruppo
Essa si rivela molto utile, in quanto gli obesi hanno la possibilità di confrontarsi direttamente con altri depositari dello stesso problema, perché ognuno, spesso, ritiene che il suo sia un caso disperato e diverso dagli altri.
Ciascuno perciò può, in un contesto di gruppo, far tesoro delle proprie esperienze per portare il proprio contributo agli altri.
Molto di quanto detto precedentemente può essere utilizzato dal terapeuta anche all'interno del gruppo, col risultato di far circolare una quantità enorme di messaggi ed informazioni.
Qualunque siano le ragioni dell'obesità è ovvio che, per aiutare una persona a dimagrire e a mantenere il peso raggiunto, non basta dire "mangia di meno", così come non si guarisce un alcolizzato dicendogli semplicemente "smetti di bere".
Questo paragone non è stato preso a caso: mentre l'alcolista sente una mancanza di sicurezza ed ha i suoi problemi emotivi, anch'egli trova terribilmente difficile reagire alle proprie abitudini; spesso si vergogna di sé stesso ed ha continuo bisogno di aiuto e assistenza. Di conseguenza, è stato quanto mai logico che le esperienze fatte da organizzazioni quale la "Alcolisti Anonimi", formata da ex alcolisti per il soccorso agli alcolizzati, fossero impiegate per la cura dell'obesità.
Si è quindi iniziato a riunire in gruppi le persone di peso anormale e a curarle non solo singolarmente ma anche come individui che hanno interessi e problemi in comune. Soggetti che superano perlomeno del 20% quello che dovrebbe essere il loro peso normale vengono riuniti in gruppi di 10-12.
Ogni componente del gruppo passa un accurato esame medico e psicologico e può discutere con gli specialisti i propri problemi personali.
Gli incontri dei vari membri, condotti da un medico ed uno psicoterapeuta, avvengono una volta la settimana, per 12 settimane consecutive; ogni seduta inizia con un discorso sui problemi dell'obesità e delle diete e poi segue una discussione.
Dopo alcune sedute, i membri del gruppo incominciano a perdere la loro timidezza e la sensazione di essere degli anormali, iniziano a fare domande e partecipano alla discussione parlando liberamente della propria obesità e dei propri problemi in generale. I gruppi procedono così bene che molti membri continuano a ritrovarsi dopo che le sedute di terapia vere e proprie sono finite e non è più necessaria una direzione da parte degli specialisti.
Il protrarsi degli incontri è incoraggiato dagli stessi terapeuti, perché è facile che una volta abbandonati a se stessi i pazienti si dimentichino di seguire le consegne, compresa la dieta loro prescritta.
Il continuo contatto con gli altri ex obesi, invece, li aiuta a preservare ed aumentare il loro senso di sicurezza.
Le statistiche dimostrano che i risultati migliori sono stati raggiunti con quegli individui che partecipano agli incontri regolarmente ed assiduamente. Essi infatti non solo riescono a dimagrire ma, risultato ancora più significativo, riescono a mantenere il peso raggiunto, anche se tutti i precedenti sistemi di dieta e medicine da essi sperimentati non avevano dato loro alcun risultato duraturo.
E' inoltre importante sollecitare la loro presenza nella collettività, prendendo delle iniziative, poiché, specialmente in Italia, i grandi obesi tendono a condurre una vita piuttosto ritirata e ad intraprendere poche iniziative sociali.
Prevenzione e trattamento dell'obesità nell'infanzia
In genere i problemi psicologici del bambino sono strettamente collegati ai comportamenti dei genitori, per cui eventuali suoi disturbi sono segnali che vanno colti ed interpretati, soprattutto in riferimento ad eventuali problematiche familiari.
Naturalmente anche l'obesità infantile è compresa in tale contesto, quindi, fin dal periodo dell'allattamento, è utile fornire informazioni e counseling sull'alimentazione del bambino: ad esempio, cercare di allattare il piccolo in momenti di tranquillità ed armonia, per evitare che percepisca la tensione che influirebbe sul suo succhiare.
Inoltre va cercato un buon compromesso fra la regolarità nell'orario dell'allattamento e l'assecondare la effettiva richiesta di cibo da parte del bambino.
Infine è importante saper cogliere e codificare correttamente i suoi segnali che a volte sottintendono un bisogno di cibo, ma che, in altri casi, avvertono un suo desiderio di attenzioni, contatto fisico etc.
A tal proposito, è utile tenere presente alcuni principi di psicologia dell'infanzia.
Verso il sesto, settimo mese di vita il bambino ha ormai tutti e cinque i sensi ben sviluppati (vista, udito, olfatto, tatto e gusto) e, inoltre, comincia a capire di non essere un tutt'uno col mondo circostante, ma un individuo ben distinto dagli altri e dalle cose. Per cui inizia ad avere paura di perdere le sue figure d'attaccamento principali.
Il bambino, comunque, sceglie soprattutto una figura come principale oggetto d'attaccamento ed essa corrisponde all'adulto che, sia per qualità che per quantità, sta maggiormente a contatto e si prende più cura di lui.
In genere, naturalmente, questa persona è rappresentata dalla madre, ma al giorno d'oggi, dato che le mamme sono spesso molto impegnate con il lavoro, può capitare che diventi la nonna o la baby sitter colei che rappresenta l'affetto principale per il bambino e perciò la sua effettiva "mamma".
Questa figura, che da ora in poi chiameremo per comodità "mamma", si occupa della maggior parte dei bisogni del bambino, della sua esigenza di protezione da una parte e del suo desiderio d'esplorazione dall'altra.
A tal proposito sono stati distinti, in linea di massima, tre tipi di relazione madre-bambino:
La prima è quella strutturata con un attaccamento normale, dove la mamma è abbastanza protettiva, attenta ai segnali del bambino ed al loro significato, che contemporaneamente, lo incoraggia ad esplorare ed a rendersi, col passare degli anni, sempre più abile ed autonomo nell'affrontare il mondo.
La seconda viene definita relazione con madre iperprotettiva dove la mamma protegge eccessivamente il suo piccolo fino a soffocarlo ed a inibirne le sue abilità ed il suo futuro senso d'indipendenza ed autonomia.
La terza riguarda la relazione con una madre lassaiz-faire, vale a dire una persona che s'interessa poco e poco comprende le esigenze del suo bambino.
In questo caso il piccolo, non sentendosi protetto a sufficienza, avrà paura di esplorare e quindi anche lui crescerà timido e insicuro.
Oppure deciderà di prendere delle iniziative da solo rimboccandosi le maniche, ma in entrambi i casi maturerà la convinzione di essere poco amato e quindi si sentirà non molto amabile nella sua vita futura in generale.
Da quanto descritto è ovvio che difficilmente un bambino in una relazione di attaccamento normale, descritta nel primo caso, avrà grossi problemi di alimentazione, mentre con una madre iperprotettiva il bambino verrà nutrito esageratamente per troppa apprensione ed eccessivo accudimento.
Infine nel caso del tipo 3, la madre può spesso interpretare in maniera sbagliata i segnali mandati dal suo figliolo (pianto, riso, urla) e codificarli, ad esempio, come fame, per cui il bambino riceverà cibo ad ogni suo tipo di richiesta ed imparerà così a scambiare anche lui per fame tutte le sue effettive esigenze affettive, di attenzione.
Facilmente sarà portato poi a compensare il suo senso di solitudine con il cibo.
E' importante, quindi, aiutare le mamme dei bambini obesi a riconoscersi in una di queste categorie, che ovviamente spesso non sono nella realtà così nette, al fine, innanzitutto di migliorare il rapporto con i loro piccoli e di conseguenza aiutarli ad insegnargli una educazione alimentare adeguata, dove la fame viene ben distinta da altri bisogni ed altre emozioni, quali gioia, tristezza, piacere, dolore, ansia, rabbia, curiosità, rifiuto. Solo così il bambino potrà crescere in maniera equilibrata, con l'aiuto, naturalmente, anche dell'altro genitore e tenendo inoltre presente che maggior armonia regna fra i genitori e più tranquillo si sente il bambino.
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